Corinaldo ospita una grande mostra: Il tesoro ritrovato – La tomba del Principe

Corinaldo ospita una grande mostra: Il tesoro ritrovato – La tomba del Principe

La rassegna, a cura di Federica Boschi e Ilaria Venanzoni, sarà inaugurata domani (25 luglio), alle ore 18, e si protrarrà fino al 30 gennaio 2022, nella Pinacoteca comunale Ridolfi

CORINALDO – Oggi a Corinaldo è stata presentata alla stampa la mostra Il tesoro ritrovato. La tomba del Principe di Corinaldo a cura di Federica Boschi e Ilaria Venanzoni.

A tre anni esatti dalla scoperta archeologica a Corinaldo, dove nella località di Nevola è stata riportata alla luce una necropoli picena con una tomba principesca risalente al VII sec. a.C., la mostra nasce con l’intento di raccontare al pubblico la bellissima storia di ricerca, scoperta, studio e valorizzazione che ha caratterizzato il progetto, per presentarne i risultati e le metodologie adottate.

La mostra è promossa dalla Regione Marche e dal Comune di Corinaldo in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio delle Marche e l’Università di Bologna. Il Sindaco di Corinaldo Matteo Principi dichiara: “Innanzitutto ringrazio tutti i soggetti coinvolti e in particolare la Regione Marche, la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio delle Marche e l’Università di Bologna. Per Corinaldo questa mostra rappresenta un momento di festa: recuperare questi reperti ed esporli sono una dimostrazione concreta del livello di responsabilità e di impegno culturale impiegato dalla città.

La volontà di restaurare questi reperti e aver investito risorse pubbliche per farlo era uno degli obiettivi che ci eravamo prefissi e questa mostra rappresenta il coronamento del percorso intrapreso ed è il simbolo di una comunità proiettata verso il futuro, che investe nell’innovazione, per sostenere la ricerca e allo stesso tempo fungere da attrattiva turistica”.

Gli ha fatto eco Carlo Manfredi, sindaco di Castelleone di Suasa che insieme a Corinaldo e a San Lorenzo in Campo forma il Consorzio Città Romana di Suasa. Giorgia Fabri, assessore alla cultura del Comune di Corinaldo ha inoltre aggiunto: “La mostra è stato un lavoro corale partito proprio dal territorio per documentare ciò che è successo dal 2018 ad oggi, dagli scavi alla scoperta della tomba fino alla loro valorizzazione. Quindi non si tratta solo di esporre i reperti, ma di raccontare tutto il percorso che li ha portati in mostra, per cui ringrazio Artifex per l’efficace allestimento che ha curato e realizzato.

Il Comune di Corinaldo ha voluto dare il suo contributo facendo dialogare l’investimento pubblico con la tutela dei beni culturali e ci auguriamo che questa scoperta e questa mostra che vanno ad alimentare il patrimonio archeologico della regione sia un’attrattiva per i turisti, ma anche un momento di crescita per la cittadinanza e soprattutto per i bambini e i ragazzi delle scuole del nostro territorio”. Poi la parola è passata alle curatrici, Federica Boschi dell’Università di Bologna e Ilaria Venanzoni della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio delle Marche.

Le ricerche sono state dirette dal Dipartimento di Storia Culture Civiltà dell’Ateneo bolognese e si inseriscono nel Progetto ArcheoNevola che, avviato nel 2017, mira allo studio della Valle del Nevola e delle sue antiche dinamiche di popolamento.

Questo programma punta su metodi di esplorazione territoriale non invasiva, dando ampio spazio all’analisi aerofotografica, ad esempio attraverso ricognizioni aeree, e alle prospezioni geofisiche per la mappatura del sottosuolo, unite alle modalità di lavoro più tradizionali degli scavi archeologici e ricognizioni di superficie, tutte modalità che sono state utilizzate anche a Corinaldo.

La scoperta nasce infatti durante un sorvolo di passaggio lungo la vallecola del fiume Nevola, quando gli archeologi si accorgono di due tracce circolari, esempi di “cropmarks” che richiamano i fossati anulari di celebri necropoli delle Marche meridionali come quelle di Matelica o Fabriano. Una fortunata concatenazione di eventi ha permesso di far partire subito una campagna di indagini non invasive che hanno consentito di ottenere una descrizione dettagliata e puntuale di ciò che era sepolto e di poter programmare con anticipo e consapevolezza le operazioni di scavo. Sono così tornati alla luce i resti di un originario monumento funerario delimitato da un grande fossato circolare, con una fossa deposito colma di oggetti di corredo, quasi cento elementi che esprimono il rango aristocratico del defunto, connotandolo come un leader politico, militare ed economico dell’ambito culturale piceno di VII secolo a.C.

Le attività di scavo sono state documentate dal fotografo professionista Pierluigi Giorgi, i cui suggestivi scatti saranno esposti in mostra, insieme a immagini, disegni ricostruttivi e a una selezione di reperti, per raccontare le varie fasi della scoperta e del rinvenimento archeologico, oltre al lavoro quotidiano di archeologi, restauratori, specialisti e tecnici, che si sono prodigati con impegno e dedizione in questo progetto. Anche i restauri sono protagonisti dell’evento, grazie alla prestigiosa partecipazione del Corso di Laurea Magistrale a Ciclo Unico in Conservazione e Restauro dei Beni Culturali dell’Università di Bologna a Ravenna e al prezioso lavoro di restauratori professionisti, come Mirco Zaccaria e Paolo Gessani in collaborazione con il Laboratorio di Restauro del Museo Civico Archeologico A. Casagrande di Castellone di Suasa.

Per l’esposizione sono stati selezionati dodici reperti, un numero esiguo rispetto al totale rinvenuto, ma che ben documenta la ricchezza della sepoltura e del personaggio celebrato. Si tratta di dodici pezzi che meglio esprimono le componenti ideologiche più rappresentative del corredo e della sua molteplicità di significati: un elmo e uno schiniere celebrano la dimensione del potere politico e militare, il carro simboleggia il possesso terriero, la cerimonia del banchetto funebre è rappresentata dai contenitori per accogliere e versare cibi e bevande, e il sacrificio carneo con le pratiche del taglio e della cottura delle carni animali dedicate viene evocato dall’ascia, dagli spiedi e dagli alari.

La mostra vuole quindi raccontare al pubblico questa importante scoperta archeologica, rendendo note anche ai non specialisti tutte le metodologie adottate e il lungo e laborioso lavoro che si nasconde dietro a uno scavo, omaggiando la comunità locale che ha sempre dimostrato un profondo interesse e coinvolgimento culturale, nella speranza che il progetto possa confluire in una musealizzazione permanente.

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