A Barbara e Fonte Avellana un convegno nazionale sull’abbazia di Sitria

A Barbara e Fonte Avellana un convegno nazionale sull’abbazia di Sitria

BARBARA – Il monastero della Santa Croce di Fonte Avellana, custode del luogo sacro, e il Comune di Barbara, già feudo della stessa abbazia, organizzano sabato (2 ottobre), con il patrocinio della Deputazione di Storia Patria per le Marche, una giornata nazionale di studi sulla recente edizione delle fonti dell’Abbazia romualdina di Santa Maria di Sitria, con inizio nel cinema barbarese ‘Odeon’ alle 9,30 e prosecuzione pomeridiana nella sede avellanita alle 15,30.

L’abbazia di Santa Maria di Sitria, ancora perpetuata dalla monumentale chiesa e istituita sulle pendici del Monte Catria nel 1021 da Romualdo da Ravenna compie infatti mille anni. Parteciperanno tra gli altri i più noti cultori degli argomenti trattati nel testo: nazionali e locali, introdotti da Ruggero Benericetti dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Forlì, massimo divulgatore delle fonti ravennati e studioso di Romualdo e del suo famoso biografo, il riformatore Pier Damiani protagonista del XXI canto del Paradiso dantesco, sul quale tema interverrà fra l’altro nel pomeriggio, Alfio Albani, esperto conoscitore dei codici danteschi marchigiani, in considerazione della presenza nella documentazione sitriense dell’eugubino Cante Gabrielli, il podestà di Firenze che condannò Dante all’esilio, e del 700° anniversario della morte del Sommo Poeta.

I Longobardi, insediatisi dalla fine del VI secolo sui primi contrafforti appenninici per controllare le cinque città costiere bizantine o ‘Pentapoli’, di Rimini, Pesaro, Fano Senigallia a Ancona, dopo la definitiva sconfitta nel 774 , ad opera del re dei Franchi e futuro imperatore Carlo Magno, dovettero soggiacere almeno per un secolo ai nuovi dominatori.  Estinta la dinastia carolingia e fuoriuscito il regno di Francia dal Sacro Romano Impero, i nuovi sovrani sassoni, saliti al potere nel 962, fecero leva sul desiderio di rivincita delle famiglie di tradizione longobarda per controllare i territori italiani, anche con l’ausilio di nuove fondazioni religiose, come l’abbazia di Sitria.

L’asse patrimoniale sitriense fu poi ampiamente integrato con beni devoluti, nel Senigalliese e in particolare nel territorio di Barbara, dal clan di origine longobarda degli Attoni-Alberici, genericamente denominati ‘Conti’ senza autentica investitura, da cui i nomi dei possessi di Santa Croce dei Conti o Serra de’ Conti. Più tardi la casata provvide altresì a ripartire il territorio conquistato, in due ramificazioni familiari – gli Atti, che favoriranno il sorgere nel 1200 del comune di Sassoferrato, nella zona posseduta dall’abbazia modenese di San Silvestro di Nonantola, e i Della Genga, dal nome del nuovo castello omonimo in cui si erano trasferiti.

Con il trasferimento dei papi ad Avignone, a Sitria nel 1328 fu istituita la commenda regolare, cioè la nomina pontificia dell’abate. Il primo prescelto fu Francesco, legato agli Atti, abate del monastero familiare di Santa Croce “dei Conti” e signore di Sassoferrato, la cui estromissione da tale ruolo dovette essere compensata con la concessione della ricca abbazia di Sitria, i cui beni spaziavano da Gualdo Tadino a Senigallia.  Il controllo sull’abbazia degli Atti di Sassoferrato, diventata una potente famiglia comitale guelfa dell’Italia Centrale tradizionalmente alleata con i Malatesta signori di Rimini,  si sarebbe perpetuato direttamente o indirettamente e con brevi interruzioni fino alla morte, nel 1453, dell’ultimo abate regolare, Pandolfo degli Atti.

Una temporanea interruzione del potere egemonico degli Atti, nel Sentinate e a Sitria, si registrò nel 1355 e fu dovuta all’arrivo nello Stato Pontificio  del potente governatore spagnolo, il cardinale legato Egidio d’Albornoz, che a Sassoferrato fece erigere la nuova rocca e vi trasferì la sua sede nell’estate 1356, facendosi raggiungere da uno stretto collaboratore : Giovanni da Marliano, docente universitario di diritto e neo-abate sitriense seguito da dotti monaci d’Oltralpe. Questi fu ambasciatore pontificio a Genova e nel Nord-est, per favorire la pacificazione tra  Padova e  Venezia. Il suo successore, l’abate Perfetto, della famiglia malatestiana di Rimini, fu rettore papale del Piacentino, da poco strappato ai Visconti, collaborando con lo spietato capitano di ventura Giovanni Acuto, e ricoprì un ruolo protagonistico nel contestato ritorno dei papi a  Roma nel gennaio 1377, anche tramite una travagliata ambasciata nei regni iberici.

 

 

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