Attilio Casagrande: “Al Pronto Soccorso siamo tornati agli anni ’70 e nessuno ci vuole lavorare”

Attilio Casagrande: “Al Pronto Soccorso siamo tornati agli anni ’70 e nessuno ci vuole lavorare”

“Il paziente che si presenta non ha scritto sulla fronte o su un pezzo di carta quello che ha, quale è la sua patologia, come avviene per chi si ricovera nel reparto specialistico, ma deve essere indagato e studiato”

di ATTILIO CASAGRANDE*

SENIGALLIA – Ho diretto il Pronto Soccorso di Senigallia per circa 11 anni, sono stato il primo Primario di quel servizio (chissà perché nei pronti soccorsi fino agli anni 90 il Primario non esisteva ma era sotto il controllo della Direzione sanitaria ospedaliera che di medicina d’urgenza non capiva nulla), per  altri circa 20  anni vi ho lavorato in qualità di medico turnista, credo di conoscere abbastanza questa realtà sanitaria per essere costernato della situazione in cui esso si trova non solo a Senigallia, a dire il vero, ma pressoché in tutta Italia.

Nessuno vuol più lavorare in Pronto Soccorso, chi può ne scappa, anche io ebbi il mio momento di crisi (burn out in termini scientifici) e me ne allontanai per qualche tempo.

I motivi sono lo stress, i turni massacranti, ai miei tempi in estate si bloccavano le ferie ai medici di Pronto Soccorso. Le ferie per noi iniziavano dal 15 di settembre in poi, nella estate de1982 rimanemmo in tre a lavorare in PS, il compianto dottor Bavosi il dottor Mariani poi diventato primario di Cardiologia ed il sottoscritto. A ciò si aggiunga spesso l’incomprensione dei colleghi dei reparti ed in alcuni casi dei pazienti stessi e dei familiari (l’annoso problema dei tempi di attesa ecc.); altro elemento disincentivante è la difficoltà di avanzare in carriera ( scrivevo pocanzi che un tempo non vi erano primari per cui si rimaneva a vita assistenti) e poi retribuzioni inferiori rispetto agli altri medici, tra l’altro in urgenza non esiste, come è naturale che sia, attività libero professionale.

Negli anni ‘80 mi battei per l’autonomia del Pronto Soccorso cercando di far capire alle “autorità sanitarie istituzionali del tempo” che il PS che era un reparto a se,  per cui non più medici dei reparti in turno al PS  ma la necessità di un organico autonomo piante organiche autonome e medici con la loro specifica formazione in medicina d urgenza.

Perché tutto questo, non per un vezzo corporativo ma per una necessità sanitaria; il paziente che arriva in PS non ha scritto sulla fronte o su un pezzo di carta quello che ha, quale è la sua patologia, come avviene per il paziente che si ricovera nel reparto specialistico, ma deve essere indagato e studiato.

Dai sintomi spesso vaghi generici fuorvianti si deve arrivare ad una diagnosi precisa, valutando anche gli aspetti psicologici del paziente; dietro una generica epigastralgia (dolore nella regione dello stomaco) vi può essere una banale gastrite ma anche un infarto del miocardio, una pancreatite o una pericardite o una calcolosi della colecisti o un aneurisma dell’aorta in fase di rottura con il rischio che la situazione del paziente possa precipitare in pochi minuti. Per capire questo, per districarsi in queste diagnosi differenziali non può esserci un cardiologo, un chirurgo, un internista a caso, secondo come capita, ma deve esserci il Medico di Medicina d’urgenza che è un po’ tutte queste cose insieme.

Fu un salto di qualità fondamentale quello a cavallo degli anni ‘90 di tutti i Pronti Soccorsi italiani che si avvicinarono agli standard europei.

Bene, anzi male, con grande dolore apprendo che siamo tornati agli anni ‘70, nel Pronto Soccorso (ripeto non solo in quello di Senigallia): il medico di Medicina d’urgenza non esiste (quasi) più, ci si può imbattere in quello che capita, con tutto il rispetto per i colleghi specialisti per carità, ma il cardiologo è bravissimo in Utic, il chirurgo in sala operatoria l’internista nel reparto di Medicina quello è il loro posto, se chiamati in consulenza dal medico generalista dell’urgenza, il Medico di Pronto Soccorso.

Addirittura abbiamo i medici delle cooperative, bravissimi anche loro, non lo metto in dubbio, ma catapultati in realtà a loro sconosciute e poi da chi dipendono gerarchicamente, professionalmente e dal punto di vista della formazione?

Mi battei alla fine degli anni ‘90 in qualità anche di presidente della sezione marchigiana della società di medicina di emergenza urgenza (SIMEU) per la specializzazione in medicina d’urgenza, in maniera che così come esistono gli specialisti in chirurgia, in ortopedia, in ginecologia ecc ecc anche la Medicina d’urgenza fosse considerata una specializzazione a se.

Nel marzo del 2000 inaugurammo il reparto di degenza annesso al Pronto Soccorso, l’osservazione breve intensiva (OBI) anche essa autonoma e gestita dai medici del Pronto Soccorso, anche a questo proposito leggo delle difficoltà di questi reparti un po’ in tutta Italia, spesso diventati unità covid, in qualche caso addirittura chiusi per mancanza di personale.

Questo tornare indietro, non solo nella organizzazione ma anche nella cultura della Emergenza Urgenza a livelli degli anni 70/80 in cui cominciai io è per me motivo di profonda frustrazione ma anche preoccupazione, come professionista che si è battuto per la  autonomia e qualità del Servizio, ma anche pensando ai pazienti che rischiano di trovare medici anche volonterosi ma non specificatamente preparati nella emergenza urgenza.

Non voglio creare allarmismi, ma questo è il dato di fatto nella maggior parte dei Pronto Soccorso italiani e questo è il frutto della pessima programmazione della sanità italiana e della costante sottovalutazione di quello che è lo snodo principale della sanità pubblica, il Pronto Soccorso, anello di congiunzione tra territorio ed ospedale volano fondamentale per il buon funzionamento dell’ospedale per l’appropriatezza della prestazione sanitaria e per la salute del paziente.

*Già Direttore del Pronto Soccorso Medicina d’urgenza dell’Ospedale di Senigallia 

 

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