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L’importanza del recupero della chiesa di Santa Maria delle Grazie, a Serra de’ Conti

L’importanza del recupero della chiesa di Santa Maria delle Grazie, a Serra de’ Conti

“Speriamo che ci siano ancora i tempi per salvare anche l’affresco presente all’interno”. “Sollecitiamo la nuova Amministrazione comunale a farsi carico dei problemi che hanno fin qui ostacolato o per lo meno rallentato l’esecuzione dell’opera”

di VIRGINIO VILLANI

SERRA DE’ CONTI – La storia della chiesa di Santa Maria delle Grazie detta comunemente Madonna del Piano nella frazione Osteria di Serra de’ Conti sembra essere una storia, oltre che dalle origini incerte, anche dall’incerto destino, visto che è rimasta in progressiva rovina per mezzo secolo ed ora è da mesi sottoposta a lavori di restauro di cui non si capiscono bene i contorni e di cui non si vede la fine.

La storia recente inizia alla fine degli anni ’60, uando quando per motivi di sicurezza la chiesa veniva chiusa al culto e venduta ad un privato, che la adibiva a deposito, mentre le funzioni religiose venivano trasferite in un nuovo edificio, sicuramente più funzionale, ma architettonicamente molto più modesto.

Con questa scelta, allora non da tutti condivisa, venivano spezzati un po’ frettolosamente i legami affettivi e devozionali che da secoli univano la comunità ad un luogo di culto particolarmente identitario per una contrada rurale e dalla forte connotazione devozionale, come dimostra il fatto che fosse non casualmente dedicato alla Madonna delle Grazie.

Negli anni successivi veniva richiamata ripetutamente l’attenzione sull’edificio, non tanto per il valore architettonico, quanto appunto per quello storico, su cui i documenti scritti lasciano molti interrogativi, ai quali però sarebbe possibile rispondere attraverso lo studio delle fasi costruttive tuttora ben leggibili. Infatti l’edificio può essere considerato un vero e proprio palinsesto di stratificazioni costruttive.

Come si è detto, i documenti sono piuttosto vaghi sulla sua origine e parlano solo della restituzione al culto di un edificio non ben identificato nella seconda metà del ‘500 da parte della istituzione religiosa locale e di benefattori privati. Due componenti però sono databili: in primo luogo le due pareti perimetrali su cui si innesta la struttura attuale, che appaiono senza ombra di dubbio i resti di un precedente edificio a tre navate rimasto incompiuto o crollato per abbandono; in secondo luogo l’abside o coro che contiene un affresco cinquecentesco dipinto nella nicchia di un piccolo corpo, forse appartenente ad una edicola anch’essa antecedente. Sopra e attorno questi elementi è stato poi costruito l’edificio tardo cinquecentesco, tamponando anche gli archi delle due pareti perimetrali, che dovevano sorreggere di fatto o intenzionalmente la navata centrale di una presumibile chiesa a tre navate; lo testimoniano inequivocabilmente i due pilastri estremi verso il coro che recano con molta evidenza le tracce di ammorsature di pareti o archi ortogonali appartenenti alle ipotetiche o reali navate laterali.

Comunque sia, sarebbe stato interessante scoprire l’origine reale e l’evoluzione di questa struttura, per la quale era stato previsto anche un saggio archeologico, su cui non si sono avute più notizie, forse anche perché nessuno si è premurato di chiederle. Merita poi anche di essere messa in evidenza la questione dell’affresco, di cui oltretutto non si conosce lo stato di conservazione. Prima dei lavori era in parte deteriorato dal tempo e malamente ritoccato da più mani, ma ancora ben leggibile. Dovrebbe risalire al ‘500 e raffigura la Vergine con il Bambino affiancata dai santi protettori del paese, San Fortunato e il Beato Gherardo. Si tratta di un soggetto che, al di là del valore artistico, ha un grande significato simbolico e devozionale per la comunità. Per questo fin dal 2017 questa Associazione insieme ad un comitato locale aveva sollecitato l’Amministrazione Comunale a restaurare l’affresco e trasferirlo mediante distacco nella nuova chiesa, restituendo l’immagine al culto e alla fruizione dei fedeli, l’unico modo per valorizzare e attualizzare l’opera e ripristinare il collegamento ideale fra il passato e il presente. In questo modo l’opera, per il suo valore eminentemente devozionale, poteva essere messa nuovamente a disposizione della collettività e restituita al culto.

L’Amministrazione condivideva il suggerimento e si attivava per condurre in porto l’operazione, mettendo anche a disposizione le risorse necessarie. Ma ad un certo punto il progetto veniva sospeso, perché la Soprintendenza intendeva assumersene l’onere, inserendolo nel progetto complessivo di restauro dell’immobile. In effetti il progetto in corso della Soprintendenza prevede il restauro e la conservazione dell’affresco, senza però il distacco: una soluzione metodologicamente senz’altro corretta, ma che rischia di lasciare l’opera in uno spazio non fruibile dalla collettività e quindi sottratta alle finalità e alla comunità per le quali era stata concepita. Infatti, qualunque sarà la destinazione d’uso dell’edificio, al momento non facilmente individuabile, l’affresco resterà marginalizzato e sottratto alla funzione pubblica e devozionale per il quale è stato realizzato.

Ma l’importante ora è che l’operazione di recupero e di restauro dell’intero edificio sia condotta a buon fine in tempi brevi e con criteri metodologicamente corretti, nella speranza che ci siano ancora i tempi per salvare anche l’affresco, e quindi sollecitiamo la nuova amministrazione a farsi carico dei problemi che hanno fin qui ostacolato o per lo meno rallentato l’esecuzione dell’opera.

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