Il fallimento del pronto soccorso di Jesi: paziente abbandonato per 9 ore e costretto a fuggire a Fabriano
Di GIUSEPPE CHIUCCHIU’
JESI – Una storia che rappresenta il volto più oscuro della sanità italiana: quella dei tempi d’attesa infiniti, dell’indifferenza medica e dell’abbandono dei pazienti in condizioni di emergenza.
Siamo stati abituati per anni a leggere notizie di questo tipo riguardanti il Cardarelli di Napoli, quasi come se certi disservizi fossero un’esclusiva del Sud. Ma i fatti di ieri dimostrano che la mala sanità non ha confini e si sta trasferendo con forza anche più a nord, colpendo strutture che dovrebbero essere eccellenze del territorio.
È quello che è accaduto ieri al signor Marco, cittadino svizzero, presso il pronto soccorso dell’ospedale di Jesi.
Tutto comincia intorno alle 10:30 di mattina quando Marco si presenta al pronto soccorso con una ferita grave alla falange del dito medio della mano destra. Viene preso in carico dal triage, come prevede il protocollo. Ma da quel momento in poi, il nulla. Nove ore di abbandono totale. Marco rimane seduto in sala d’aspetto con la figlia accanto, aspettando che qualcuno lo visiti. Aspettando invano. Nove ore non sono un ritardo. Nove ore sono una confessione di sconfitta del sistema. Sono una violazione della dignità umana e del diritto fondamentale alla cura medica.
Eppure il pronto soccorso di Jesi ha lasciato che accadesse. Una decisione di sopravvivenza. Stremati dall’attesa, dalla frustrazione e dal dolore, Marco e la figlia decidono di abbandonare Jesi. Prendono la strada verso Fabriano, a una distanza che rappresenta il fallimento di un intero sistema.
Non è una scelta di comodità: è una scelta di disperazione. Fabriano accoglie chi Jesi ha rifiutato A Fabriano, alle 22:06, vengono presi in carico dal triage. Dopo sole due ore, Marco viene finalmente visitato da una dottoressa del pronto soccorso. Ma c’è qualcosa di ancora più grave nelle parole di questa professionista: “Oggi già ne sono arrivati altri pazienti dal pronto soccorso di Jesi perché lì non sono stati curati in un tempo realistico”.
Non è un caso isolato. È una tendenza. È un fallimento sistematico che costringe i pazienti a migrare verso altre strutture per ricevere cure elementari.
La dottoressa di Fabriano ha provveduto a medicare Marco con la professionalità che Jesi non è stata capace di offrire. E la sua rabbia testimonia quanto sia inaccettabile questa situazione. Il silenzio complice. Dove sono i responsabili? Dove sono gli amministratori dell’ospedale di Jesi? Come è possibile che un paziente rimanga nove ore in attesa senza essere visto da un medico? Come è possibile che il triage lo prenda in carico e poi lo abbia semplicemente dimenticato?
Queste non sono disfunzioni minori. Sono responsabilità mediche e civili che devono essere assunte da chi gestisce quella struttura. Sono vite reali che vengono messe a rischio, dignità umana che viene calpestata, fiducia nel sistema sanitario che viene distrutta. Il costo umano della negligenza. Marco ha dovuto sopportare nove ore di dolore inutile. La sua ferita è rimasta esposta al rischio di infezione per ore in più del necessario. Ha dovuto spostarsi nel bel mezzo di un’emergenza medica. E per cosa? Perché il pronto soccorso di Jesi non ha risorse sufficienti? Perché il personale medico è insufficiente? Perché il sistema di triage non funziona?
Le risposte non arrivano mai, mentre i pazienti continuano a soffrire. Una chiamata all’azione. Questa non è solo la storia di Marco. Sono le storie di tanti altri pazienti che, come lui, si trovano costretti a fuggire da Jesi verso Fabriano per ricevere cure umane e tempestive. È un atto d’accusa del sistema, una condanna della negligenza istituzionale.
L’ospedale di Jesi deve rispondere. Deve spiegare come sia possibile abbandonare un paziente per nove ore. Deve riconoscere il fallimento e, soprattutto, deve cambiare. Perché la sanità non è un servizio opzionale. È un diritto umano. E Jesi ieri ha dimostrato di non essere all’altezza di questo diritto.
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Ma che razza di giornalismo è questo: fallimento… abbandonato… costretto a fuggire! Se il pronto soccorso è oberato di lavoro (i medici non stanno lì a girarsi i pollici), chi ha un problema al dito con un codice non di gravità, ASPETTA! Al pronto soccorso di Fabriano ha atteso solo due ore (che non è poco), ma era NOTTE. E di notte c’è meno gente.
Ma l’articolista ce l’ha su con JESI?