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Marco Lion ricorda Stefano Mariani, un fotografo sempre alla ricerca di brandelli di autenticità

Marco Lion ricorda Stefano Mariani, un fotografo sempre alla ricerca di brandelli di autenticità

SENIGALLIA – Questa mattina (lunedì 29 aprile), alle ore 9, nella chiesa parrocchiale di Santa Maria della Pace, vi sarà l’ultimo saluto al fotoamatore senigalliese Stefano Mariani, deceduto l’altro giorno in ospedale. Subito dopo ci sarà il trasferimento nel cimitero delle Grazie.

Oggi desideriamo ricordare Stefano Mariani con un intervento di Marco Lion.

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di MARCO LION

Stefano se ne è andato. Voglio ricordarlo con quanto avevo scritto sul suo lavoro nel 2022. Gli aveva fatto molto piacere leggerlo.  Per me è un doveroso tributo al suo genio e alla sua splendida persona.

Stefano Mariani

Iperrealismo del quotidiano

18 agosto 2022

“Amico, sa lei che cosa sia una creatura solitaria vagante nelle grandi città?…” (Albert Camus, La caduta).

Sto parlando di un flâneur, figura resa celebre da Charles Baudelaire e Walter Benjamin.

Nella tradizione letteraria dell’Ottocento il flâneur rappresenta l’intellettuale che passa il suo tempo vagando senza meta, contemplando con disincanto le masse che si muovono nello spazio urbano.

Ma, oggi, esiste la figura del flâneur? Il suo erede moderno è stato individuato nel cyberflâneur, il solitario navigatore della Rete che guarda con distacco il multiforme della realtà virtuale, mosso da quel voyeurismo che costituisce la cifra del mito del «botanico da marciapiede» come scrisse Baudelaire.

Io penso che il nostro Stefano Mariani possa essere considerato un fotografo flâneur, da non confondere con il turista o il viaggiatore, è un curioso alla ricerca di brandelli di autenticità, di storie in cerca di narrazione.

Stefano è un fotografo flâneur che sa entrare in un contesto, mantenendo la giusta distanza per poterlo raccontare.

Perché l’umanità, anzi direi di più: l’umanità dolente che incontriamo nella nostra vita ha bisogno di essere riscoperta, ha bisogno di essere svelata.

E questo è quanto ci propongono le serie fotografiche di Stefano Mariani.

Il suo non è stato un camminare alla deriva, ma una lettura dello spazio e degli uomini capace di capirli meglio, di spogliarli dei loro veli, delle loro sovrastrutture.

Le sue foto dei bagnanti sono un viaggio nel deserto di solitudine di tante vite, nell’umanità dolente, oltre le ipocrisie del moderno, oltre l’ovvio, lo scontato dei luoghi e dell’umanità di tutti i giorni.

Umanità dolente, non freacks, gli “aristocratici della sofferenza” come li definiva Diane Arbus. Fotografa a cui il lavoro di Stefano Mariani può essere senz’altro avvicinato.

Le foto della “Provinciale 360”, l’Arceviese, non sono rappresentazione dello spazio geografico nella sua materialità, ma il tentativo di riaprire la via di una conoscenza affettiva, di una visione e di un rapporto diverso con l’uomo e gli spazi del suo mondo, che poi sono le foto degli ingressi delle case.

Più che raccontare un territorio è un carpire la rappresentazione di una umanità.

Un viaggio per immagini tanto nel mondo esterno quanto nei «mondi interni», attraversando l’immaginario soggettivo e quello collettivo e costruire una propria lettura e una propria strada.

Non si tratta di fotografie di “non luoghi”, né di spazi simbolizzati, ma di un tentativo di dare senso, di ritrovare il carattere degli spazi, degli oggetti, delle cose disconnesse da ogni interpretazione.

E poi è proprio nel carattere enigmatico dei proprietari che ci viene permesso, ad esempio, di qualificare come autentici, per quanto desolati ed agghiaccianti, questi luoghi.

Nelle foto: in alto Stefano Mariani e, subito sotto, con Marco Lion

 

 

 

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