Il Pci nelle Marche: dalle origini al “partito nuovo”

Il Pci nelle Marche: dalle origini al “partito nuovo”

Mercoledì al Palazzetto Baviera si presenta il libro che ripercorre la nascita e la metamorfosi dei comunisti marchigiani

SENIGALLIA – Il Pci, il più grande Partito comunista d’Occidente, il “Paese nel Paese”, secondo la felice definizione coniata da Pier Paolo Pasolini per sottolineare la sua capacità di essere una comunità, prima ancora che un’organizzazione politica, a partire dal secondo dopoguerra ha rappresentato un cardine fondamentale della democrazia italiana, che ha contribuito a far crescere e consolidare.

Ma non è stato sempre così, anzi. Dalla sua nascita a Livorno nel 1921, nel magma sociale del Biennio rosso, passando per la repressione del regime fascista e i bui anni della clandestina per giungere fino alla Resistenza, il Pci ha faticato non poco ad affermare la sua originale identità e il suo profilo di partito di massa. Caratteristiche che, se comparate con l’esperienza dei partiti comunisti europei, rendono il Pci un’anomalia assoluta su scala continentale.

Alle origini di quella anomalia, tutt’altro che marginale è stato il contributo dei comunisti marchigiani, la cui storia rivive oggi nel libro Il Pci nelle Marche dalle origini al “partito nuovo” di Roberto Lucioli, Simone Massacesi e Massimo Papini edito da Affinità Elettive.

L’opera, che ripercorre gli specifici caratteri attraverso cui quell’esperienza si sviluppò nelle Marche, sarà presentata a Senigallia mercoledì 27 aprile, alle ore 17, nella Sala del Fico di Palazzetto Baviera. A dialogare con gli autori sarà Daniele Genovali.

 

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