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Bellucci: “Auguri ai malati negli ospedali, agli anziani nelle case di riposo e nelle Rsa”

Bellucci: “Auguri ai malati negli ospedali, agli anziani nelle case di riposo e nelle Rsa”

di MASSIMO BELLUCCI

A chi vanno i miei auguri.

Ai malati negli ospedali, agli anziani nelle case di riposo e nelle Rsa.

Anziani che hanno lavorato una vita e che sono costretti a lunghe file in un corridoio stretto e grigio di un ambulatorio con orari ristretti, per conferire con un medico che parla loro frettolosamente.

Anziani che devono recarsi in ospedale, ma se hanno novanta anni viene fatto capire che per loro non c’è posto. Ora sono un peso. Quando dovevano lavorare e pagare le tasse erano più importanti.

Persone che vanno in ospedale a trovare i parenti, trattenuti fuori dal reparto, lungo le scale, aspettando che un infermiere apra. Che subiscono a volte i rimbrotti perché sono in troppi, si entra uno alla volta ecc. altrimenti si fa confusione. Evidentemente un po’ di allegria fa male ai malati.

Un ospedale che sembra una via di mezzo tra un carcere e un monastero abbandonato. Nelle altre case arriva il primo, poi il primo bis, poi il secondo poi il contorno. E c’è chi è già fuori per le vacanze. In ospedale arriva il proprio turno di visita di mezz’ora.

Un luogo dove non c’è tempo per ascoltare questi vecchi brontoloni che sapevano fare il vino e il formaggio. E sapevano parlare alla terra. La “scienza medica” non si abbassa ad ascoltare chi leggeva il cielo.

Ad un anziano che abita a Senigallia (o nelle vicinanze), per una visita specialistica, l’operatore del cup dice che c’è posto tra un anno a San Benedetto del Tronto: “Quindi non accetta? Non conferma la prenotazione?”

E i milioni di vecchi dalle mani callose con meno di 1000 Euro al mese di pensione? I nipoti, quando a Natale li vanno a trovare preferiscono stare sul cellulare, scorrendo i meme, perché i loro discorsi sembrano noiosi. Ma non è colpa dei nipoti ovviamente.

E’ un problema di memoria. Ma non dei vecchi, che ricordano dettagli lontanissimi. Sono tutti gli altri ad aver perso la memoria. Non le cosette quotidiane, o le sciapate sui social. Intendo le memorie dei luoghi, le leggende familiari, i rituali che cementavano le comunità. Quelle storie che aiutano a sapere chi siamo. Dove è finito il sapere delle mani? A proposito: confezionare un lenzuolo ricamato a partire da una manciata di semi di canapa: chi lo sa più fare? Trattati come un impiccio, invece dell’ammirazione per chi ha scalato il Novecento: una montagna impervia e inospitale.

Agli studenti non ho assegnato compiti per le vacanze, li ho invitati a fare qualche camminata per campi e ad andare a trovare gli anziani della casa di riposo. Per dire loro grazie.

 

QS – RIPRODUZIONE RISERVATA - www.quisenigallia.it

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