CRONACAIN PRIMO PIANOSENIGALLIA

Roberto Paradisi ricorda Don Vittorio Mencucci: “Suadente, persuasivo, capace di insinuarsi nelle menti di noi studenti”

di ROBERTO PARADISI*

SENIGALLIA – In occasione della prima lezione di filosofia del primo liceo Classico (allora l’ingresso al liceo era preceduto giustamente dal biennio del Ginnasio) in quella I B, ospitata nella grande Aula Magna del “Perticari”, si respirava curiosità e scetticismo.

Qualcuno bisbigliava sulla assoluta inutilità della tanto temuta filosofia. Una materia nuova, per molti un’idea di astrusità, nonostante avessimo già avuto un primissimo approccio con i filosofi di Grecia.

Ricordo perfettamente come Vittorio Mencucci esordì nell’attesa generale della classe: “Se voi sentite dei rumori fuori dalla finestra, vi viene l’istinto di aprirla e di guardare cosa succede fuori. Ecco: questa è la filosofia”. Pensai (giuro): o questo è totalmente matto e va rinchiuso o mi farà innamorare di questa materia.

Se scrivo questo ricordo dalla mia postazione umbra, all’interno del Dipartimento di Filosofia del Diritto, è solo perché ha vinto la seconda ipotesi. E la filosofia resta oggi la mia compagna di vita. Suadente, persuasivo, capace di usare la fascinazione con la parola, capace di insinuarsi nelle menti ostili di una gioventù non sempre propensa alla speculazione intellettuale, gentile, misurato … .

Questo ed altro era il professor Mencucci. Un sacerdote in doppiopetto. Impeccabile con le sue abituali giacca e cravatta. Un sacerdote a suo modo: non parlava mai di Dio ma abbondava (troppo) con le citazioni di Marx e del suo amato Marcuse, il “cattivo” (per me) maestro del ’68. Era più forte di lui, ma era talmente sessantottino nello spirito che accettava di buon grado la mia contestazione dialettica giornaliera.

Anzi: la apprezzava. Quando citava Marcuse io gli facevo il verso con gli scritti di Julius Evola, l’autore della Tradizione (considerato al tempo un reazionario accostato a totale sproposito al neo-fascismo). E lui ci stava al dialogo. Provava addirittura piacere nel contraddittorio.

Ho ancora i miei quaderni con gli appunti delle sue lezioni: gli unici che ho conservato per oltre 30 anni. Mi (ci) ha condotto per mano nei meandri più profondi e reconditi del pensiero umano: ci ha accompagnato per mano con cautela di fronte all’abisso della metafisica facendoci aprire una finestra sull’Infinito e ci ha riportato nelle viscere più oscure del pensiero umano e dell’irrazionale.

Ci ha mostrato la via della ragione e la via dell’esistenzialismo ma anche il germe del sospetto e del dubbio. Ci ha mostrato la via di Dio (senza citarlo) con il XII libro della metafisica di Aristotele e la via dell’umano, troppo umano.

Correva con le spiegazioni, al pari della sua lucidissima mente sempre protesa in avanti. Ricordo l’ultima lezione di storia dell’anno della maturità: mentre le altre classi d’Italia arrivavano si e no al fascismo, lui ci parlò – nel maggio del 1990 – dell’ultimo politburo del partito comunista presieduto da Gorbaciov tenutosi il mercoledì prima. Era diventata cronaca. Non più storia.

E ricordo la sua polemica con il preside Giuseppe Amati quando, in nome della laicità della scuola, si lamentò del fatto che un altro docente suo collega a scuola e in Curia (era un frate cappuccino che insegnava italiano) si presentava alle lezioni con il suo saio marrone e la sua cordicella in vita. Epica la risposta del preside più amato del “Perticari”: “Ma Vittorio, sei tu quello irregolare mica lui: avete giurato davanti a Dio!”. Divenne l’aneddoto della scuola per anni con racconti fantastici che nascevano sui banchi e che davano conto di improbabili scontri sulle scale di Palazzo Gherardi tra il frate di italiano e il prete filosofo: uno a colpi di Bibbia in testa e l’altro a colpi di “Capitale” di Marx ai reni.

Ma i suoi colpi preferiti erano il dritto e la volè nel tennis. Dopo la scuola, spesso, mi chiamava per giocare partite epiche (conoscendo la mia passione anche per i campi in terra rossa). Io contro di lui: alle volte riusciva anche a vincere nonostante la differenza di età. Ancora una volta lo sport aiutò a cementificare un rapporto. In questo caso tra maestro e allievo.

Don Vittorio (così lo chiamavamo tra studenti) mi ha voluto bene. E io, noi, lo abbiamo amato. Anche con i suoi difetti. L’ho incontrato sotto casa sua qualche tempo fa. Era in carrozzina. Gli ho presentato i miei figli. E l’ho ringraziato per la passione e per la capacità di esercitare il pensiero critico che mi ha trasmesso.

Mi ha insegnato ad aprire ogni finestra: sulla vita, sugli uomini e sulla dimensione totalmente altra. Riposa tra i Giusti don Vittorio. Dio ti perdonerà anche le troppe citazioni di Karl Marx.

*Avvocato

 

 

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