Mangialardi sul Ponte Garibaldi: “Non bastano aggiustamenti, Senigallia deve avere il coraggio di ripensarlo”
Di MAURIZIO MANGIALARDI*
SENIGALLIA – Apprendiamo dalla stampa che la struttura commissariale sta procedendo verso l’avvio dei lavori per il nuovo Ponte Garibaldi.
Non intendo trasformare questa vicenda nell’ennesima contrapposizione con il Commissario Babini. Il suo compito è portare avanti gli interventi programmati per la ricostruzione e la sicurezza del territorio.
La questione che pongo è un’altra ed è eminentemente politica e urbanistica: quel progetto è ancora il progetto che Senigallia vuole per uno dei punti più delicati della propria città?
È una domanda tanto più legittima in quanto, oltre alle diecimila firma di senigalliesi contrari al progetto, durante la campagna elettorale lo stesso Sindaco Olivetti aveva manifestato disponibilità a valutare modifiche e proposte migliorative sul Ponte Garibaldi, purché compatibili con la sicurezza idraulica e con le norme vigenti.
Quell’apertura aveva un significato. Tanto che il 5 giugno avevo pubblicamente espresso apprezzamento, aggiungendo però una considerazione che continuo a ritenere decisiva: non servono aggiustamenti estetici, orpelli o soluzioni di contorno. Va ripensata la natura stessa del ponte.
Un’infrastruttura di quelle dimensioni, con due corsie carrabili, percorsi pedonali e ciclabili e le quote imposte dal necessario rispetto del franco idraulico, finisce per assumere nel cuore della città le caratteristiche e l’impatto di un vero e proprio “ponte autostradale”.
Un’opera del genere può trovare una propria coerenza in altri contesti. Nel cuore di Senigallia, invece, entra direttamente in relazione con il centro storico, con il fiume, con gli spazi pubblici, con la viabilità e con la percezione stessa della città.
A quell’altezza e con quelle dimensioni, un “ponte autostradale” non si limita ad attraversare il Misa: modifica strutturalmente quel pezzo di Senigallia e ne condiziona l’assetto urbano per generazioni.
Continuo dunque a ribadire la necessità di rivedere radicalmente il progetto. Io rimango della stessa opinione, anche se dovessi sostenerla in minoranza: se il rispetto del franco idraulico rende inevitabile, per mantenere la funzione carrabile, un manufatto di quelle dimensioni e con quell’impatto — sostanzialmente un “ponte autostradale” nel cuore della città — allora bisogna avere il coraggio di prendere in considerazione l’alternativa vera, quella di un Ponte Garibaldi esclusivamente ciclopedonale.
Una struttura più leggera, capace di ricucire le due parti della città senza imporre al centro storico un’infrastruttura carrabile di quelle dimensioni.
Contestualmente, andrebbe ripensata complessivamente l’accessibilità al centro di Senigallia, prevedendo la realizzazione di un parcheggio in struttura nell’area dell’ex antistadio e di un’altra possibile struttura nell’area della stazione, capaci di intercettare una parte significativa dei flussi prima dell’ingresso nel centro.
So bene che sull’area dell’ex antistadio pesa oggi la disciplina derivante dal rischio idraulico che costituisce un vincolo sostanziale rispetto a un intervento di questo genere.
Ma proprio qui si apre una questione molto più grande che Senigallia non può continuare a rinviare: il PAI.
Il nuovo sistema delle vasche di espansione e laminazione del Misa e del Nevola è progettato precisamente per modificare le condizioni di rischio idraulico, trattenendo a monte una parte delle portate di piena che oggi raggiungono la città. Le nuove opere sono entrate nella fase progettuale e delle indagini tecniche.
È quindi evidente che, man mano che queste opere verranno realizzate e diventeranno operative, il quadro del rischio dovrà essere nuovamente verificato sulla base delle nuove condizioni idrauliche.
Il PAI è uno strumento indispensabile di tutela e sicurezza, ma deve rappresentare il rischio effettivo. Se le opere strutturali modificano quel rischio, la pianificazione deve poter essere conseguentemente aggiornata dagli organismi competenti.
Una questione che va ben oltre il parcheggio dell’ex antistadio: la disciplina del rischio idraulico condiziona oggi una parte rilevantissima delle possibilità di trasformazione e rigenerazione di Senigallia.
Per questo le vasche non rappresentano soltanto opere fondamentali per la sicurezza. Devono diventare anche l’occasione per verificare, con rigore scientifico e senza alcuna scorciatoia, se le nuove condizioni consentano una coerente rimodulazione delle perimetrazioni e dei livelli di rischio.
Solo dentro questa prospettiva possiamo ragionare seriamente della città dei prossimi venti o trent’anni.
Ponte ciclopedonale, parcheggi di attestamento, area della stazione, trasporto pubblico, mobilità ciclabile e pedonale non possono essere pezzi separati.
Serve un nuovo Piano Urbano del Traffico che ridisegni complessivamente accessi, sosta e mobilità della città.
Questo è il compito che spetta alla politica e, innanzitutto, all’Amministrazione comunale.
Perché Ponte Garibaldi non è semplicemente “il ponte della Regione” o “il ponte del Commissario”.
Una volta realizzato entrerà nella vita e nel patrimonio della città e condizionerà Senigallia molto più a lungo di qualsiasi amministrazione.
Tutto il Consiglio comunale dovrebbe assumersi la responsabilità di discutere quale infrastruttura vogliamo lasciare alle prossime generazioni, senza trasformare il confronto in una battaglia tra chi vuole il ponte e chi non lo vuole.
Il ponte serve. La connessione tra le due parti della città serve. La sicurezza idraulica viene prima di tutto; ma proprio per questo dobbiamo chiederci quale ponte serva davvero a Senigallia.
Se una soluzione ciclopedonale, accompagnata da una diversa organizzazione della mobilità e della sosta, risultasse tecnicamente possibile e producesse anche economie rispetto all’intervento programmato, sarebbe ragionevole verificare nelle sedi competenti se quelle risorse possano essere utilizzate per rafforzare ulteriormente gli interventi di sicurezza e riqualificazione della città.
Prima di realizzare un’opera destinata a segnare Senigallia per generazioni, fermiamoci il tempo necessario per essere certi che sia davvero quella giusta. Per scegliere in modo saggio e consapevole che tipo di ponte è preferibile costruire, bisogna avere chiara una visione di città e avere il coraggio di tradurla in un progetto. La fretta di aprire un cantiere rischia di produrre decisioni abborracciate, sbagliate e fuori contesto.
*Consigliere regionale
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