Affidereste la vostra libertà ad un giudice-robot?
L’intelligenza artificiale e la giustizia digitale in Tribunale: Giappichelli pubblica il nuovo libro dell’avvocato Roberto Paradisi: “Un processo senza giudizio?”
SENIGALLIA – E se fosse un robot a giudicare un crimine in tribunale? Affidereste la vostra libertà personale ad un algoritmo? La provocazione, insieme alle tante novità e problematiche legate all’avvento della giustizia digitale, è lanciata da Roberto Paradisi, avvocato penalista, ricercatore universitario e abilitato alle funzioni di professore associato di filosofia del diritto.
Nel suo nuovo libro appena pubblicato (il quarto per Giappichelli editore) “Un processo senza giudizio? Dalla razionalità del contraddittorio all’algoritmo digitale”, Paradisi affronta, da un punto di vista giusfilosofico – ma con il rigore dell’avvocato penalista – un tema che sta animando il dibattito non solo a livello accademico e specialistico.
Un volume rivolto agli studiosi e agli operatori del diritto ma anche e agli appassionati di cultura umanistica e a chi voglia approfondire, senza appesantimenti tecnicisti, la nuova frontiera della giustizia digitale.
L’autore ricostruisce le tappe della crisi del “giusto processo” sacrificato alle logiche scientiste in cui, per dirla con il magistrato e filosofo francese Antoine Garapon, vince il binomio “diritto-matematica” in cui la prospettiva è quella di un’accelerazione verso la giustizia predittiva e l’uso indiscriminato dell’intelligenza artificiale.
Il rischio, secondo Roberto Paradisi, è quello non già di approdare ad una macchina automatizzata che assume decisioni al posto dell’uomo quanto l’adattamento umano al ragionamento “more geometrico” in un quadro di progressivo scardinamento dei principi tradizionali del processo penale, dei suoi riti e dei suoi principi originari.
Finanche uno scardinamento dei luoghi rituali e simbolici della giustizia (con un’ampia dissertazione sul rapporto tra architettura e diritto). Lo spettro è quello di un processo “post-umano”, per certi versi prometeico.
Un approccio “tradizionalista” al processo che, secondo l’autore, rischia oggi di perdere, nella deriva telematica e digitale, lo spirito più autentico profondamente umanistico come tramandato dalla cultura greca e romana (ampli i riferimenti alla letteratura classica e al mito, ma anche alle intuizioni di Botticelli e Kafka sulla giustizia).
L’autore, che non demonizza le novità tecnologiche ritenendole anzi per certi versi funzionali ad alcune esigenze processuali, teme però che il mistero tutto umano del processo, in cui Carnelutti riconosceva un incontro tra anime, possa lasciare il passo – se gli operatori del diritto continueranno ad abdicare al loro ruolo preponderante – all’enigma dell’algoritmo digitale.
Con una conclusione che fa riferimento ad un delicato caso reale seguito professionalmente dall’autore e la chiosa: “Chi sogna orizzonti cibernetici con macchine che possano sostituire l’uomo o, peggio, aspira all’uomo macchinizzato, in nome dell’efficienza e della funzionalità, abbraccia la cultura della hybris”.
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