IN PRIMO PIANOPOLITICASENIGALLIA

Alberto Bacchiocchi: “La parte ristrutturata di via Anita Garibaldi ha cancellato le sue componenti spaziali e paesaggistiche”

Di ALBERTO BACCHIOCCHI*

SENIGALLIA – Un affollato chiostro delle Grazie ha ospitato una conversazione sulle trasformazioni urbanistiche di Senigallia, dal 1931 ad oggi, esaminando le diverse forme assunte dalla città nel secolo trascorso.

Ci si è soffermati sull’assetto urbano che si era delineato dopo il terremoto del 1930, con il Piano Regolatore del 1931, disegnato dal Regio Genio Civile di Ancona e dall’ Ing. Gualtiero Minetti del Comune di Senigallia.

Un’area pianeggiante di 40 ettari, dislocata a sud-est del Centro Storico, per il nuovo insediamento, era stata suddivisa da strade rettilinee, parallele ed ortogonali tra loro, con due assi principali: corso Matteotti e via A. Garibaldi, tra loro ortogonali, all’incrocio dei quali, si era disposta la piazza e la chiesa del Portone. Solcavano l’area anche due assi diagonali: via De Bosis e via Bolzano, entrambi, insieme a corso Matteotti, con origine da viale IV Novembre ed ancorati in quel punto al Centro Storico, a formarvi un tridente divaricantesi verso sud est.

Dopo la realizzazione delle strade, dalla fine del 1940, si cominciarono a piantare gli alberi. La loro disposizione seguiva l’allineamento dei bordi delle strade e la sequenza degli alberi punteggiava e sottolineava la loro prospettiva.

La modificazione più macroscopica di quella regola si registra oggi lungo la parte ristrutturata di via Anita Garibaldi. Si è cambiata l’essenza vegetale piantumata e, soprattutto, si è cambiata la disposizione delle alberature, ponendole al centro della strada, invece che ai suoi lati.

Accanto agli aspetti vegetazionali della piantumazione stradale, sono importanti anche gli aspetti urbanistici e prospettico-visuali che un certo assetto stradale offre all’esperienza quotidiana.

Un confronto tra parti della città, analoghe tra loro anche se di epoche diverse, permette di rilevare ciò che le caratterizza e le identifica, da impiegare per qualificare gli interventi contemporanei.

Analizzare, per decifrare, selezionare il valore strutturale degli elementi decifrati, per confermarli, riprodurli e, così, conservarli per conoscere e memorizzare: in fondo è il fine per il quale siamo stati fatti.

La Senigallia del ‘700, ad esempio, possiede una struttura urbana a scacchiera, come l’area del Piano Regolatore, le sue strade rettilinee appaiono assi urbani la cui prospettiva è assicurata dalla continuità delle cortine dei palazzi ai loro lati.

Palazzi ed alberi, quindi, attraverso la loro prospettiva, permettono la conoscenza della profondità e di altre caratteristiche dello spazio della città che sottendono.

Infatti, osservando e ponendo le strade dell’Ampliazione settecentesca della città ed i loro palazzi a confronto con la fuga degli alberi delle strade del Piano Regolatore, oltre ad altro, si comprende come gli elementi di definizione dei bordi delle strade, palazzi o alberi appunto, siano in grado di farci percepire la profondità dello spazio della Città, di renderci consapevoli del valore di strumento conoscitivo recato dalla combinazione delle componenti urbane.

Oggi, la parte ristrutturata di via Anita Garibaldi ha cancellato le sue componenti spaziali, paesaggistiche e conoscitive che la caratterizzavano: gli alberi, ora allineati al centro della strada, hanno schiacciato ed annullato la percezione della sua profondità. Invece, i pini, piantati all’origine ai suoi lati, attraverso l’evidenza della loro prospettiva, consentivano la comprensione della profondità della strada, della sua lunghezza, delle parti della Città che essa collegava.

Gli alberi ai lati della strada permettevano di riannodare il filo di una storia e di uno spazio urbano caratteristici e identitari, mantenendone la memoria.

Gli alberi adulti permettevano, inoltre, di beneficiare degli effetti microclimatici riduttivi della temperatura, del loro valore paesaggistico, evocativo di quello delle Città Giardino dell’’800 in Europa, concepite da Ebenezer Howard, nel 1868, come “Città del futuro”, molto in anticipo sull’esigenza vitale della loro presenza diffusa nelle attuali città contemporanee.

*Architetto – Senigallia

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