Cinzia Petetta sull’Unione dei Comuni: “Cambiare si può, ma senza cancellare ciò che è stato costruito”
Di CINZIA PETETTA*
SENIGALLIA – Ho avuto modo di conoscere e vivere da vicino l’esperienza dell’Unione dei Comuni durante il mio mandato come assessore ai servizi sociali del Comune di Senigallia. Non ho mai pensato che l’Unione fosse una realtà perfetta o non modificabile.
Al contrario, sono stata tra coloro che, per primi, hanno evidenziato la necessità di intervenire, soprattutto sul piano politico e della governance. Ho sempre ritenuto, ad esempio, che gli assessori comunali con deleghe sulle materie trasferite all’Unione dovessero avere un ruolo più forte e continuativo.
Oggi credo che questo tema possa essere affrontato attraverso una modifica dello Statuto, prevedendo che gli assessori competenti dei Comuni siedano stabilmente al tavolo della Giunta dell’Unione, partecipando alla discussione e, nelle materie di competenza, alle relative deliberazioni. Sarebbe un modo per rafforzare il collegamento tra le amministrazioni comunali e l’Unione, rendendo più diretto il rapporto tra le scelte politiche dei singoli Comuni e quelle dell’ente associato. Non una sovrapposizione di ruoli, ma una maggiore responsabilizzazione politica e una più efficace condivisione delle decisioni.
Anche sul piano organizzativo credo che l’Unione debba continuare a cercare forme di collaborazione e gestione associata capaci di produrre maggiore efficienza e qualità. In questa prospettiva ritengo meriti di essere approfondito anche il possibile utilizzo del Co.Ge.S.Co. per alcune funzioni comuni, a partire dalla gestione delle procedure di reclutamento del personale necessario ai servizi educativi, come le educatrici e laddove giuridicamente e organizzativamente possibile, per procedure di acquisto e approvvigionamento comuni.
Sono proposte che naturalmente vanno studiate e verificate sotto il profilo giuridico, economico e organizzativo. Ma il punto è proprio questo: se qualcosa non funziona abbastanza bene, bisogna ragionare su come farlo funzionare meglio. Per questo continuo a distinguere nettamente tra la necessità di cambiare e quella di cancellare ciò che è stato fatto. Nel periodo in cui ho avuto responsabilità politica ho avuto un rapporto concreto e leale con la struttura amministrativa dell’Unione. Ho visto il lavoro svolto durante la pandemia e nelle emergenze, compresa quella legata agli eventi alluvionali, e ho potuto verificare direttamente la dedizione di tante persone. Ho visto anche il valore di strumenti comuni, come i regolamenti per l’accesso ai servizi, che hanno consentito di costruire criteri condivisi e di ridurre le differenze tra i territori.
E c’è un altro aspetto che considero importante. Durante gli anni in cui ho avuto responsabilità politica venivano presentati con cadenza annuale report relativi ai servizi svolti e ai dati economici e finanziari dell’Unione. Erano strumenti messi a disposizione degli amministratori proprio per consentire una valutazione consapevole dell’attività svolta. Quei documenti potevano certamente essere approfonditi, discussi e anche criticati. Ma se oggi si chiede di conoscere dati e risultati per poter valutare l’efficacia dell’Unione, la domanda che mi pongo è molto semplice: quei dati, quei report e quelle informazioni sono stati realmente studiati e utilizzati negli anni da chi aveva la responsabilità politica di indirizzare e controllare l’azione dell’Unione? Perché una cosa è dire che occorre migliorare il sistema di rendicontazione, rendere i dati ancora più leggibili e rafforzare gli strumenti di valutazione.
Altra cosa è far apparire oggi come sconosciuta o non valutabile un’attività che, nel corso degli anni, è stata accompagnata da report e documentazione. È proprio partendo da quei dati che dovrebbe svilupparsi una discussione seria: non per difendere l’Unione a prescindere, ma per capire cosa ha funzionato, cosa non ha funzionato e cosa deve essere cambiato. Credo, infatti, che l’Unione possa e debba essere cambiata dove serve. Può essere resa più forte sul piano politico, più partecipata, più efficace nelle sue modalità organizzative e più chiara nei rapporti tra i Comuni e l’ente associato. Ma cambiare non significa negare ciò che ha funzionato. E soprattutto non significa ignorare il lavoro amministrativo, professionale e sociale che in questi anni è stato realizzato. L’Unione ha rappresentato anche un luogo nel quale Comuni, operatori, cooperative, associazioni e realtà del territorio hanno imparato a lavorare insieme, costruendo servizi, relazioni e modalità di intervento comuni.
Questo patrimonio può certamente essere migliorato. Ma prima di tutto deve essere conosciuto e valutato per quello che è realmente. Per questo guardo con preoccupazione a un dibattito che rischia di mettere in discussione l’esperienza dell’Unione nel suo complesso, senza distinguere sufficientemente tra ciò che deve essere corretto e ciò che invece merita di essere preservato e sviluppato. Sono convinta che oggi serva una vera riflessione politica sul futuro dell’Unione.
Una riflessione che parta dai dati, ma che non si esaurisca nei numeri; che affronti le criticità, ma riconosca anche i risultati; che abbia il coraggio di proporre cambiamenti, senza cancellare il lavoro fatto. È anche per queste ragioni che ho scelto di non ricandidarmi. E il modo in cui oggi si sta affrontando questa discussione rafforza quella scelta. Credo che il nostro territorio meriti un confronto serio, documentato e rispettoso. Un confronto capace di dire con chiarezza cosa non ha funzionato, cosa deve essere modificato e, soprattutto, cosa abbiamo costruito insieme e non vogliamo perdere.
*Ex assessore comunale – Senigallia
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